Cari Amici,
ci chiediamo se l’anno che comincia sarà quello di una pace vera, giusta e duratura nella Repubblica Democratica del Congo e in tutti i Paesi della Regione dei Grandi Laghi Africani.
Con questa speranza, vi proponiamo il comunicato “Per una pace reale nel Kivu” redatto dalla rete “Pace per il Congo” in cui, a partire dai fatti e dalle voci della popolazione e della società civile, si fa il punto sull’attuale situazione.
Questi contenuti sono anche l'oggetto della Lettera aperta al Presidente Barack Obama, capo di un Paese fortemente implicato nella Regione. Come gli Stati Uniti hanno influito pesantemente sulla tragedia della Regione in questo ventennio, così un cambiamento in positivo della loro politica sarebbe un enorme vantaggio per la pace.
Vi chiediamo, quindi, nel caso in cui ne condividiate i contenuti:
- di firmare con noi, come gruppo o personalmente, entro lunedì 25 gennaio, la Lettera al Presidente Obama, al seguente link in italiano.
Potete anche inviare una e-mail a "loriscatt@virgilio.it" indicando NOME, COGNOME personali o il NOME DEL GRUPPO O ASSOCIAZIONE insieme al vostro recapito.
Genteincammino aderisce alla Rete Pace per il Congo che ha redatto questo importante documento di analisi e proposta concreta di soluzioni. Ve ne proponiamo la lettura integrale
ANALISI DELLA SITUAZIONE E PISTE DI SOLUZIONE PER UNA PACE REALE NEI DUE KIVU IN REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO
Impotenti o complici.
Dopo il rapporto di novembre ultimo scorso del Gruppo degli esperti delle Nazioni Unite sulla situazione che prevale nel Nord e Sud Kivu, in Repubblica Democratica del Congo (RDCongo), i grandi della terra non possono più far finta di ignorare ciò che vi succede. La lunga e dolorosa serie di massacri, stupri, incendi di villaggi, sequestri, furti e saccheggi, umiliazioni di ogni genere… di cui la popolazione civile dei Kivu è vittima e che è stata denunciata dalla società civile congolese già da molto tempo, è ora a conoscenza di tutti, così pure il fallimento delle operazioni militari intraprese per riportare la pace.
Le autorità del paese, tanto locali che nazionali, tacciono. L'esercito, mal pagato e costituito da un insieme di forze tanto diverse, in cui sono state frettolosamente integrate anche le forze destabilizzatici e violente del Congresso Nazionale per la Difesa del Popolo (CNDP) di Laurent Nkunda, invece di riportare la pace, è fonte di insicurezza persistente. Una certa élite economica del paese si sta arricchendo al di fuori di ogni senso di giustizia e di compassione per il popolo. Nemmeno l'Onu, che investe nel paese la sua più grande missione di salvaguardia della pace e la Comunità Internazionale, i cui rappresentanti fanno finta di recarsi al capezzale della RDCongo come medici esperti, non hanno saputo dare una vera risposta alla crisi del paese e della Regione dei Grandi Laghi.
Il nocciolo della crisi.
La crisi gira intorno allo sfruttamento illegale delle risorse minerarie della RDCongo (cassiterite, coltan, oro, wolfram, petrolio e gas metano) in cui sono implicati note multinazionali occidentali e società minerarie con sede in Europa, Canada, Stati Uniti e Asia.
Per dividersi la torta mineraria della RDCongo senza sporcarsi le mani con sangue innocente, bisognava trovare chi la tagliasse in pezzi: le multinazionali e i governi occidentali, questi ultimi controllati dalle prime, hanno confidato lo sporco compito ai paesi limitrofi della RDCongo, soprattutto al Ruanda e all'Uganda, approfittando dei loro obiettivi espansionisti sul territorio congolese, per destabilizzare la RDCongo in vista di una nuova configurazione geografica, la creazione di stati-nani, ciascuno controllato da multinazionali corrispondenti.
L'attuale sedicente "ritorno", massiccio e irregolare, di "rifugiati congolesi" dal Ruanda sembra coprire un'occupazione militare del Kivu già in corso mediante le operazioni militari Umoja Wetu e Kimya II e si iscriverebbe in questa dinamica. Gli osservatori denunciano una volontà deliberata di certe grandi potenze di coprire queste manovre di occupazione progressiva.
Valutazione degli approcci.
L'approccio della Comunità Internazionale, degli Stati Uniti e dell'Europa in particolare, nei confronti del conflitto armato nell'est della RDCongo rischia di perpetuarne le radici piuttosto che risolverlo.*
Questo approccio è ossessivamente centrato sul ruolo delle Forze Democratiche di Liberazione del Ruanda (FDLR) e di altri gruppi ribelli e lascia nell'ombra il ruolo svolto dall'Uganda e dal Ruanda. Il Ruanda è il principale punto di transito dei minerali saccheggiati in RDCongo dai gruppi ribelli (FDLR, CNDP e altri), ragione per la quale sembra essere il più grande produttore ed esportatore di minerali che, in realtà, non possiede che in quantità insignificante .**
Questo approccio fa assoluta astrazione dalla questione della sovranità delle risorse, punto centrale della guerra geostrategica per le ricchezze del Congo; una guerra che ha giustificato l'assassinio, da parte dell'occidente, nel 1961, di Patrice Lumumba, primo ministro democraticamente eletto del Congo e l'installazione al potere del dittatore Mobutu durante tre decenni. È in nome di questa stessa filosofia che gli Stati Uniti hanno sostenuto e finanziato l'invasione del Congo nel 1996 e 1998 da parte del Ruanda e dell'Uganda, a scapito del movimento non violento e pro-democratico, popolarmente sostenuto, inizio degli anni 1990, dalle masse congolesi in occasione della Conferenza Nazionale Sovrana. L'ossessione a focalizzare gli sforzi nella parte Est del Congo, ricca in minerali, nasconde male le intenzioni delle lobbie a Washington che preconizzano senza tregua la balcanizzazione della RDCongo.
Piste di soluzione.
L'opinione secondo cui il conflitto della RDCongo può trovare una soluzione solamente mettendo fine al commercio dei "minerali di guerra" non è realistica. Si possono anche
arrestare tutti gli Hutu del mondo intero, imporre l'embargo sulle armi destinate alle FDLR e ai Maï-Maï del Kivu, ma finché le grandi potenze manipolatrici del Consiglio di Sicurezza dell'ONU continueranno a scaricare il Ruanda e l'Uganda dalle loro pesanti responsabilità nel conflitto congolese, non ci sarà né pace né sviluppo per il Kivu. Finché l'Occidente continuerà a dar carta bianca a Kagame, presidente del Ruanda, il conflitto armato e l'instabilità persisteranno in RDCongo.
Si deve smantellare ogni rete di finanziamento dei gruppi armati attivi nella regione: quella delle FDLR, ma anche quella del CNDP e del LRA. La stessa giustizia internazionale deve, inoltre, occuparsi dei noti criminali Laurent Nkunda e Bosco Ntaganda, accusati di crimini di guerra e crimini contro l'umanità, se vuole ricuperare la sua credibilità e non lasciare che i vecchi lupi della Regione dei Grandi Laghi scappino verso i verdeggianti pascoli del Kivu.
Una soluzione plausibile e probabilmente anche più efficace sarebbe di ordine diplomatico e politico, fondata sulle seguenti prescrizioni:
1. Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna dovrebbero esercitare una forte pressione su Ruanda e Uganda mediante la minaccia di sospendere loro l'aiuto, se ritenuto necessario.
2. Imporre delle sanzioni ai paesi limitrofi della RDCongo, particolarmente il Ruanda e l'Uganda che, direttamente o indirettamente, sfruttano illegalmente le risorse minerarie della RDCongo e alle compagnie o individui implicati nel commercio illegale di minerali con i gruppi ribelli.
3. Rendere operativa la tracciabilità dei minerali e di altre ricchezze naturali provenienti dalla RDCongo, come auspicato anche dal Parlamento Europeo.
4. Respingere, senza la minima tergiversazione, la militarizzazione della regione dei Grandi Laghi mediante AFRICOM che ha causato già tanta miseria alle popolazioni civili.
5. Impedire il rafforzamento dei regimi autoritari, come quello di Museveni in Uganda, attivo dal 1986 e di Kagame, padrone assoluto del Ruanda dal luglio 1994 e lottare contro la restrizione dello spazio politico in tutti i paesi della regione dei Grandi-Laghi da parte di coloro che detengono il potere.
La guerra che imperversa in RDCongo da 13 anni è già costata la vita di 7 milioni di congolesi. Non basta ancora?
*I nomi di queste corporazioni sono già a conoscenza di tutti. Tra queste, si citano tra altre: Traxys, OM Group, Blattner Elwyn Group, Freeport McMoran, Eagle Wings/Trinitech, Lundin, Kemet, Banro, AngloGold Ashanti, Anvil Mining, et First Quantum.
**Secondo Dow Jones, le esportazioni minerarie del Ruanda sono aumentate del 20% nel 2008 rispetto al 2007, grazie alle entrate provenienti dal tungsteno, cassiterite e coltan, tre materie prime di cui è privo il suo suolo. Herman Cohen, ex Segretario di Stato Americano per gli Affari africani l'ha detto meglio di chiunque altro, verso la fine del 2008: Essendo riuscito a controllare i Kivu durante 12 anni, il Ruanda non è disposto a privarsi delle ricchezze di questa regione, che gli procurano una percentuale significativa del suo prodotto nazionale lordo".
Parma, 26 dicembre 2009
Rete PACE PER IL CONGO - Strada Cavestro,16 Loc. Vicomero - 43056 San Polo – Torrile (PR)
tel/fax : 0521/314263
E-mail :info@muungano.it
The Honorable BARACK OBAMA
President of the United States of America
The White House. 1600 Pennsylvania Avenue, NW
Washington, D.C. 20500, USA
___________________________________
Oggetto: Lettera aperta sulla situazione dell’est della Repubblica Democratica del Congo.
Signor Presidente,
scriviamo queste righe perché crediamo alla sua volontà di attuare una politica nuova nelle relazioni internazionali. La sofferenza immane di intere popolazioni dell’est della Repubblica Democratica del Congo, il loro grido inascoltato, ci spingono a farlo, in nome dell’appartenenza all’unica famiglia umana.
Dal ’94 la regione vive in stato d’emergenza e di guerra. Prima le tensioni legate all’arrivo di oltre due milioni di profughi ruandesi, poi la cosiddetta guerra di liberazione dal regime di Mobutu, guidata da Laurent-Desiré Kabila, ma in realtà condotta da Ruanda, Uganda, Burundi e dai loro alleati lontani. E ancora il secondo conflitto congolese, ben più tragico e lungo, in realtà mai finito, che conta più di sei milioni di vittime.
Ultimamente si sono aggiunti nuovi fatti e motivi forti d’insicurezza denunciati da documenti di diversi organismi internazionali per i diritti umani, della Società civile e delle confessioni religiose. In particolare, il recente rapporto di esperti al Consiglio di Sicurezza denuncia il fallimento delle operazioni militari nel Nord e Sud Kivu, Umoja wetu e Kimya 2, e il peggioramento della situazione umanitaria.
Nonostante la presenza delle forze internazionali (Monuc) la popolazione è presa in ostaggio ed è sotto choc. Alla lunga serie di massacri, stupri, incendi di villaggi, sequestri, furti, saccheggi di cui è vittima, si aggiunge la destabilizzazione organizzata delle forze vive della società, delle comunità religiose e la repressione di giornalisti, sindacalisti, operatori sociali. Il rapporto prova che il Kivu è abbandonato ai predatori e che la guerra è anzitutto “la guerra per il controllo dei minerali”. L’esportazione fraudolenta è aumentata in modo significativo da gennaio 2009, dopo gli accordi Kigali-Kinshasa, avvenuti senza l’accordo dei rispettivi Parlamenti.
L’esercito congolese della regione è guidato dalle forze del CNDP, che è appoggiato dal Ruanda e sta ottenendo ora ciò che lo scorso anno non era riuscito a ottenere con la guerra. Vari capi denunciati alla Corte Penale Internazionale per crimini contro l’umanità mantengono le loro cariche e riscuotono tasse. Le armi pesanti non sono state consegnate e migliaia di soldati ruandesi sono presenti nella regione. Il gruppo armato FDLR (ribelli hutu ruandesi) conserva intatta la propria struttura e il controllo di varie zone minerarie. Folle di persone, sedicenti rifugiati congolesi, traversano le frontiere del Ruanda con bestiame e armi da guerra, e si installano nei territori e villaggi del Nord Kivu precedentemente saccheggiati e distrutti.
Appare evidente lo scivolamento verso l’occupazione del Kivu. “La Comunità internazionale - scrive il prof. R. Mugaruka - prendendo atto dei reali rapporti di forza tra Kigali e Kinshasa ha imposto a quest’ultimo l’accettazione dell’egemonia ruandese nella regione e la spartizione delle ricchezze e del territorio congolese con i suoi vicini, aprendo, di fatto, la via ad un processo silenzioso dell’annessione del Kivu al Ruanda”.
“Perché - si chiedono molti - una nuova occupazione militare ed economica mascherata dalle operazioni militari congiunte?”. E’ l’amarezza e l’umiliazione dopo la speranza suscitata dalle elezioni presidenziali del 2006 e dalle promesse di pace formulate durante la Conferenza Amani del gennaio 2008. Sacrificare il Kivu significa porre le basi per nuovi bagni di sangue.
La gente si chiede: “Perché tutto ciò? A quando la pace, e quale pace ci sarà accordata?”. E’ l’interrogativo che rivolgiamo a lei, Signor Presidente, rappresentante di un Paese direttamente o indirettamente coinvolto nel conflitto e negli squilibri dei Paesi dei Grandi Laghi, per il sostegno accordato ai regimi della Regione, Ruanda e Uganda, e per il profitto delle multinazionali che alimentano questa guerra e hanno un ruolo nell’economia del suo Paese.
L’installazione e l’egemonia regionale del regime ruandese è stata determinata dall’appoggio interessato di potenze internazionali, tra cui l’amministrazione del suo Paese. Non è possibile dimenticare il sostegno statunitense all’invasione del Congo nel 1996 e nel 1998 da parte del Ruanda e dell’Uganda, a scapito del movimento non violento e pro-democratico espresso all’inizio degli anni ‘90 dal popolo congolese in occasione della Conferenza Nazionale Sovrana. Tale appoggio continua fino ad oggi, nonostante la politica gravemente destabilizzatrice di tali regimi. “E’ una politica miope – hanno scritto i vescovi del 2° Sinodo africano - quella di fomentare guerre per ottenere profitti rapidi dal caos, al prezzo di vite umane e di sangue. Possibile che nessuno sia capace e voglia interrompere questi crimini contro l’umanità?”.
E’ urgente, oggi, un cambiamento di rapporti. La soluzione delle armi finora adottata ha creato e continua a creare un mare di sofferenza. L’intervento umanitario non cura le cause profonde della crisi. Il sovrappopolamento di alcuni Stati non può essere risolto con sanguinose guerre d’aggressione. Il problema è politico e la soluzione è diplomatica e politica. Va riattivata e potenziata quella pressione internazionale, che mostrò la sua efficacia con l’arresto di Nkunda nel gennaio 2009.
A nome di una popolazione che ha fin troppo sofferto, le chiediamo di adoperarsi affinché:
1. Gli Stati Uniti rivedano criticamente la loro politica di questo ventennio nella Regione dei Grandi Laghi, considerando il prezzo che essa è costata e costata alle popolazioni della RD Congo e della Regione.
2. Gli Stati Uniti rinuncino e si oppongano alla militarizzazione della Regione che ha già causato tanta miseria alla popolazione civile.
3. Gli Stati Uniti cessino il sostegno interessato ai regimi ugandese e ruandese, condizionando l’aiuto a una vera apertura democratica e al rispetto dei diritti economici, politici e territoriali dei Paesi della Regione. All’occorrenza, si decidano anche sanzioni. 4. La politica riprenda il suo ruolo nei confronti dell’economia e alle multinazionali venga chiesto conto della correttezza del loro agire in Paesi terzi. In particolare, venga utilizzato lo strumento della tracciabilità delle materie prime esportate e vengano previste sanzioni adeguate.
5. Si dia fiducia al potenziale umano della Regione, aprendo un dialogo con le forze vive della società civile e valorizzando i capi locali oggi esautorati.
Soltanto nel rispetto dei diritti dei popoli come l’integrità territoriale e la sovranità economica, potrà realizzarsi quella mobilità che permetterà a tutti gli abitanti della regione di avere uno spazio vitale. E’ l’ora del dialogo e della vera politica anche nel Congo e nella Regione dei Grandi Laghi. La soluzione della crisi porterà vantaggio non solo a questi Paesi, ma anche a quelli con cui essi collaborano.
Con stima e fiducia speriamo nel suo contributo alla pace della Regione.
Parma, 1° gennaio 2010.
Firmatari:
Rete PACE PER IL CONGO,
Strada Cavestro,16 Loc. Vicomero
43056 San Polo – Torrile (PR)
tel/fax : 0521/314263 E-mail:info@muungano.it
In allegato la lettera al Presidente degli Stati Uniti Barck Obama in versione PDF
genteincammino ONLUS [C.F. 95097450100]
iscritta al registro delle organizzazioni di volontariato della Regione Liguria, settore sanitario, con il codice SN/GE/AG/13/2006